La diversità nel Design. Possiamo cambiare?

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Che cos’è la diversità?

 

La Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale si celebra ogni anno il giorno in cui la polizia di Sharpeville, in Sudafrica, aprì il fuoco e uccise 69 persone in una manifestazione pacifica contro le “leggi sull’apartheid” nel 1960. Nel 1979, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato un programma di attività da intraprendere per combattere il razzismo e la discriminazione razziale. In quell’occasione, si è  deciso che una settimana di solidarietà con i popoli che lottano contro il razzismo e la discriminazione razziale, a partire dal 21 marzo, sarà organizzata ogni anno in tutti gli Stati. Da allora, il sistema di apartheid in Sud Africa è stato smantellato. Le leggi e le pratiche razziste sono state abolite in molti paesi e abbiamo costruito un quadro internazionale per combattere il razzismo. 

 

Purtroppo però ancora oggi, in tutto il mondo, troppe persone, comunità e società soffrono per l’ingiustizia e lo stigma portati dal razzismo. Questo breve articolo vuole parlare di come il razzismo e la poca integrazione siano ancora presenti oggigiorno in molti settori lavorativi, concentrandoci in particolar modo nel campo dell’Interior Design.

 

Durante i mesi passati molti di noi si sono interfacciati con il movimento BLM (Black Lives Matter). Quando il virus ha iniziato a diffondersi all’inizio del 2020, si è scatenata una pandemia parallela: odio, violenza e paura contro determinate etnie e nazionalità.

 

In più occasioni, nonostante lo stato di allerta per il Covid-19, tantissimi giovani hanno mostrato il loro sostegno alle marce BLM, attirando milioni di manifestanti in tutto il mondo. Ondate di persone si sono riunite per protestare contro l’ingiustizia razziale sia in strada che sui social media; hanno mobilitato la partecipazione, invitando altri a parlare e a difendere l’uguaglianza dei diritti di tutti portando avanti il motto #fightracism. La presa di coscienza su questi temi ha unito gran parte della popolazione mondiale per combattere gli stigma e l’oppressione di molte comunità, comunemente dette ‘minoranze’.

 

In sociologia, un gruppo minoritario, si riferisce a una categoria di persone che sperimentano uno svantaggio rispetto ai membri di un gruppo sociale dominante. Questa classificazione viene normalmente effettuata sulla base di differenze quali etnia(minoranza etnica), orientamento sessuale(minoranza sessuale) razza(minoranza razziale), lingua(minoranza linguistica), religione(minoranza religiosa) o disabilità. Fanno parte di gruppi di minoranza realtà quali il già citato BLM, ma anche la LGBTQI+, il BAME (Black, Asian and minority ethnic), le persone  affette da disabilità e molti altri. 

 

La diversità dal mio punto di vista. 

 

Mi chiamo Valerio e sono un 27enne Italiano con origini Venezuelane da parte di mio padre. Sono cresciuto in Italia, un paese prevalentemente dominato da bianchi e, sin da bambino, ho provato sulla mia pelle il significato di ‘diverso’. 

 

Nonostante la mia infanzia sia stata alquanto comune e spensierata, sono stato spesso denigrato o messo in disparte in quanto appartenente ad una minoranza. Ho ricordi molto vividi dei sentimenti di malessere che spesso provavo quando percepivo che i miei coetanei mi trattavano in maniera diversa solo perché avevo la pelle più scura; non riuscivo a capacitarmi del perché la loro vita sembrasse più semplice, più gioiosa, più giusta. Anche per questo motivo sono cresciuto sviluppando interesse verso le persone che, come me, fanno parte di gruppi di minoranza.

 

Appena diciottenne, preso dalla voglia di scoprire il mondo e di trovare un posto in cui sentirsi meglio, ho preso l’importante decisione di  trasferirmi lontano dal paese in cui sono cresciuto, e ancora più lontano dal paese da cui ho origini. Uscire dal guscio familiare e dalla realtà italiana mi ha aiutato a scoprire nuovi modi di pensare, diversi modi di vivere e culture con le quali non ero mai entrato in contatto prima. Anche grazie ai quasi sette anni vissuti in terra inglese, ho imparato ad accettare e a gioire delle differenze tra le persone ed ho capito che il problema ‘razzismo’ deriva da costrutti sociali e dalla quasi totale assenza di insegnamento alla tolleranza sin dalla tenera età. 

 

La sfida che mi pongo oggi è quella di contribuire a migliorare la società, combattendo il modo in cui la diversità è denigrata, maltrattata e messa da parte. Vorrei poter lasciare ai miei figli un mondo migliore, un mondo in cui non dovranno sentirsi inferiori o superiori ad altri semplicemente perché hanno la pelle un po’ più scura o un po’ più chiara. Vorrei che le generazioni future crescano senza risentimenti, senza paure, senza la parola ‘diverso’ usata in maniera dispregiativa. Vorrei che le persone iniziassero a lasciare da parte l’aspetto fisico di una persona, il suo orientamento sessuale, la sua età, il suo genere, la sua religione per invece dare importanza alle connessioni interpersonali, ai sentimenti, all’animo. 

 

L’uguaglianza nell’Interior Design – Chi mi rappresenta?

 

E’ indubbio che durante gli ultimi anni si sono fatti grandi passi in avanti nella rappresentazione delle minoranze in tantissimi campi. Eppure raramente essi vengono rappresentati anche nel design. Perché?

 

Partecipando a eventi e shows nell’industria dell’Interior Design, mi sono reso conto che la rappresentanza Black, BAME o di altre minoranze è nettamente inferiore a quella white, quasi invisibile. 

 

Parlando di numeri vorrei portare all’attenzione che, secondo i dati pubblicati  nel ‘Design Census’ del 2019 condotti da AIGA in collaborazione con Google,  circa il 71% dei designers nel mondo sono caucasici, il 36% asiatici, l’8% latini, il 5% multietnici e solo il 3% neri.

 

Questo ci dice che, ad oggi, coloro che lavorano nel campo del design, non rappresentano in maniera sufficiente tutte le tipologie di persone per cui designer e architetti progettano.  Eppure il design non dovrebbe essere lo strumento principe della progettazione di nuove esperienze che si adattino a tutti gli esseri umani?

 

La diversità nella progettazione è vitale perché può meglio consentire al progettista di entrare in empatia e di relazionarsi con le esigenze di una più ampia comunità; essa implica infatti la diversità nelle esperienze, nei vissuti e nella vita, meglio conosciuta come diversità di pensiero.

 

E’ intuibile che, se tutti i designer all’interno di un team provenissero da un solo gruppo culturale, la loro capacità di relazionarsi e rispondere alle esigenze di altri gruppi sarebbe ridotta. Al contrario, i team composti da diversi background o ampi valori culturali sarebbero in una posizione migliore per soddisfare i desideri e i bisogni di tutti. 

 

Una rivoluzione a tal proposito dovrebbe essere portata avanti: il design dovrebbe assolutamente aprirsi a tutte le categorie di persone affinché risulti all’avanguardia, progressivo e utile all’intera specie umana. Inoltre, consideriamo che la fusione di diverse culture potrebbe portare alla nascita di una nuova visione nell’ambito degli interni unendo colori, oggetti, usanze e decorazioni provenienti da culture disparate.

 

Fortunatamente esistono realtà nell’ambito del design che hanno punti saldi sull’importanza della diversità nei loro team. E’ a queste che, insieme alla mia business partner Giulia, vorremmo guardare. Partiremo da Metiu, per la lotta all’integrazione attraverso la progettazione. Un esempio di organizzazione che ammiriamo è quella di United in Design,  una realtà inglese che mira a colmare la mancanza di diversità all’interno del design. Grazie a collaborazioni e programmi specifici sono artefici dell’introduzione nel mondo lavorativo di una varietà di persone facenti parte di minoranze. 

Un altro esempio che ci ha spronato a parlare e ad affrontare questo tipo di problemi sociali è l’iniziativa ‘Design for Diversity’ portata avanti da Kate Watson Smyth, editor del blog online ‘Mad about the house’,  e Rukmini Patel,  interior designer.

 

Essendo Metiu ancora una realtà piccola ed embrionale possiamo solo prefiggerci l’idea di creare delle solide fondamenta per una graduale crescita verso la parità, in ogni sua forma.

 

Spero di aver brevemente esposto alcuni esempi del perché, ancora oggi, ci sia la necessità di proclamare un black history month incentrato sulla cultura e la lotta all’uguaglianza delle minoranze: ci sono tante, troppe, lotte che ancora dobbiamo combattere. 

 

Sono convinto che un mondo migliore, una società più equa e la totale tolleranza verso il diverso ci aiuteranno a creare una sola specie, quella umana, unita e più forte che mai. Le minoranze ci sono, sono belle e vogliono far sentire la loro voce. 

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